Sensi
Uno e uno sono una cosa
Uno e uno sono una cosa:
a modesta quota le gocce
fanno muro e vanno in fumo
fermi nella fuga l’uomo l’acqua il cavallo
impossibile dire prima, ridicolo dire adesso
in un punto stanno gli inventori del fuoco
e i lettori dell’inchiostro di domani
(il punto di vista del Numero, del Diavolo, di Dio)
uno e uno, i piedi dove l’altro ha la testa
goccia a goccia, fermi noi crediamo di camminare
difficile dire quando la nebbia conquista i tuoi occhi:
uno e uno sono una cosa.
Primum vivere
(liberamente da: W.H. Auden, First things first)
Sveglio, dormo: abbracciato, siedo:
ascolto la dura pioggia invernale
finché l’orecchio, mezzo sobrio,
sente il brusio interiore
vede in aria vocali e consonanti d’acqua,
scrive in lingua d’amore un Nome Proprio.
Una buona amica della luna ti chiama,
la tramontana: prova a ricordare
fantasmi gelosi, distanti fantasmi
in equilibrio su una terra lontana,
nel giorno di silenzio spettrale
quando uno starnuto s’udiva un miglio lontano:
poi su una distesa verde di lava
dov’eri tu, desiderabile, amabile: dov’eri.
Ora troppo spesso un diavolo smorfioso
mi tenta in buon metro, profetizzando
questo mondo disseppellito
per ignari turisti texani
che andranno a visitare vecchie tombe:
lì saremo noi, remoti come vescovi africani.
Contento poi ho dormito sino all’alba,
capendo infine quel che la tempesta dice
in bel latino: primum vivere.
Nella cisterna metri cubi la pioggia ammucchia,
ottimo rimedio all’arsura estiva:
molti vissero senz’amore, senz’acqua nessuno.
Tío y sobrino
Per compiacere gli uomini nuovi,
dice Garcilaso,
s’inventarono, gli indigeni,
un loro Tre per Uno,
l’Uno diviso in Tre
che all’occorrenza fa Quattro:
un dio superbo.
Accettò il giovane Atahuallpa
d’essere convertito
per non essere abbruciato,
ma solo soffocato
con una blanda sciarpa di ferro.
(Dai suoi solenni funerali,
nella chiesa di san Francesco,
escludete, vi prego, le concubine volgari).
Non possedendo le lettere
l’inca rimane muto,
solidissimi, muti i muri,
né domanda ai nuovi dèi
perché tanta feroce benevolenza,
pietosa incontinenza.
Sobrino (nipote) yo te las diré de muy buena gana,
dice lo zio a Garcilaso,
ti dirò tutte le nostre storie segrete
molto volentieri:
se il sole potesse bruciare come ieri
se pensassi, tu, i nostri pensieri.
Zero e l’anello
Invenzione a due voci
Partiamo da zero e torniamo a zero
zero il mattino lo specchio
cielo muro mano
velo voce
zero-amore zero-paura
l’amore che hai versato
per incidere questo anello
il dolore che hai bevuto
per pulire questo anello
lavora lei a una cosa informe
cade cade in questo vuoto enorme
zero è felicità
pane porto pietra
invitala al tavolo, chiedile:
un caffè un anice?
quando gli occhi cascarono
su quella montagna bianca
di’, quello zucchero dolce di canna
le piccole, grosse, te, te
giocavano con un ago
con un bottone
tu tocca tu
taglia taglia
al mattino lo specchio non rispondeva.
* * *
“I cimiteri sono posti
terribilmente rumorosi
gli ospiti sussurrano con lingue taglienti
ognuno ha il suo accento la sua lama
gli inglesi non pronunciano le ‘r’
i tedeschi aspirano aspirano
i morti per la libertà
sono sul punto di piangere
(lo diresti?, mi fanno piangere)
i morti dopo lunga lunga angustia
i siciliani i napoletani i milanesi
gli idoli locali, i miserabili
i martiri morti
di qualche verde male
mi inseguono, senti, mi inseguono”
(a Modena, nel cimitero esemplare,
tutto il giorno sottosole
l’architetto guardava compiaciuto gli echi
io la donna che accarezzava
la canoa rossa sopra il foglio bianco)
“m’inseguono, m’inseguono
io mi giro e li abbraccio
e sento un terribile male
un terribile amore
terra cumulo terra”
(partirono dal nosocomio
col feretro col feretro
le esequie celebrarono
tumularono tumul
condoglianze, glianze, glianze!
bleah ipocriti bleah)
“io li amavo tutti
ma loro non mi amavano
non mi
nonmi
nommi
nomi”.
* * *
Il check il check il Charlie
il punto più triste d’Europa
prima che cominciassimo a parlare
prima che la bocca baciasse la bocca
sentisse l’amara l’amara vita
vomitasse via i dolci veri, i falsi veri
(verità è uguale solo a verità)
il più sporco punto, il più sporco vero
Berlino è una stazione di benzina
un occhio vuoto che ride
ride la bocca prima di baciare la bocca
hai paura di abbracciare lo zero?
il bambino balbettava
non sapeva come dire
tutto quel gelato
lo zucchero filato
quella pesantissima felicità
l’omino grida:
wir kaufen alles
tutto compriamo
lo riverniciamo
e poi ve lo rivendiamo,
di mestiere fa?
Briefmarkeschneider
taglia i francobolli, poi li appiccica.
* * *
“Una grave malattia
cioè no, non troppo grave
una vita quasi, quasi normale
il largo naso immerso nell’acqua
fino a qui arriva la mia mano
non troppo lunga, non troppo grave
più grave il peso che mi porta giù
giù ci sono sassi bianchi
fiori rossi, azzurri, alghe
mani che accarezzano
amo le carezze
perché mi coprono mi nascondono
mi dimenticano mi pérdono
non troppo grave se la confronti
a quell’altra quell’altra che
è in testa, che corre da zero a zero
una cosa complicata
se il singulto taglia, taglia la gola
mio fratello mi salvò (una bambina io)
da sicuro annegamento
m’ero distratta a guardare il fondo
i fiori di vetro i pesci d’argento
che guizzavano via con incredibile
ardimento
felicità precisione
sgomento”.
* * *
Il dio di terz’ordine
scende giù sino alla quarta fila
dice: tu tu e anche tu
dice: sono la minima speranza del moto
la minima del mondo
cammino per non cadere
dubito che non valga non valga
chi agita la corona è falso
falso giullare, diadema, diaspro
è il profeta che agita le braccia
indica il versetto
quando dico che è zero
quando taccio, vuol dire tutto
il perdono è una borsa piena
in cambio di una borsa vuota
dolce buio della notte
il perdono è perdita
un cane che morde
strada senza ritorno
chi comincia a perdonare oggi
poi poi poi, m’intendete?
anche do do domani
dài un dito e ti prendono (m’intendi?),
perdonare perché
perché domani
altre bocche bacino altre bocche.
* * *
Feroce, con feroce tristezza
le grida delle rondini, con feroce tristezza
scopre di non averle mai sentite prima
dice: secoli, anzi molto di più, anni
se mi commuovo è perché invecchio
ma la voce delle rondini, accidenti
‘OK e viva il duce (sorride)
sono le due cose che non sopporto’
(l’odio alle nostre spalle, l’odio?):
è feroce, se è feroce è perché invecchia
un attimo apro
apro la mano, ma mi fa paura
mi sembra cenere incenso farina
l’ultima volta che ho aperto la mano
(a ondate la tormenta la paura)
l’ultima volta che gli ho detto ‘ehi, ciao ciao!’
ma era nell’altra stanza
non aveva sentito
e allora son tornato indietro
‘ehi tu, t’ho detto ciao’
‘sì sì capìto certo ciao’
ma mentre lo dicevo gli occhi mi si stringevano
groppo grumo grana voce
si stringevano e bagnati e intorno mille tagli
mille tagli, le rughe le radici
vedi qua, lo dice lui, lo grida lo lo
lo specchio.
* * *
“Bellissime queste mani
non bellissime forse ma belle, vero?
sono sottili se si posano le mie mani
su questo vestito
pagato niente, se pensi al cambio
(favorevolissimo!)
se pensi all’inflazione
alluvione tormenta ostinazione
un bellissimo sorriso
ma attenzione, io sono pericolo pe
pericolo civetta privata cittadina
se brancolo se balbetto
un bourbon un bordeaux un bourgogne?
le mie mani sono lisce
ma hanno lavorato hanno accarezzato
bellissimo ma è lama
attento che non accechi
forse intrecciati intrecciati
oh oh oh
me solo se, solo sino a che
sino a sentire male”.
* * *
“Avevo un gran bel pugno di mosche, lo crederesti?
un pallido corallo una corona di cristallo
avevo un dente bianco
un elefante me l’aveva regalato
ero tutto, la regina della festa
correvo a perdifiato per la casa
ma di notte la casa ha spigoli tremendi
tutto avevo ero
un sonno leggero, un pugno di mosche”.
* * *
Zero tutta questa zona zero
la spianiamo a zero
la rasiamo (dollarini! dollaroni!)
cuciamo ricuciamo puliamo
tiriamo per il collo questo non numero
(non è niente: moltiplica, cancella)
merce d’oltremare
il numero cardinale
uno spazio fatto di tanti non spazi
è necessario per allineare le cifre
lo zero dell’anello, 0,0
le dita che si piegano ad anello
la fatica che hai sentito
quando hai sfilato quell’anello
“improvvisamente ho sentito
lo squarcio della prima
la vera la prima la rima
prima aerv primavera…”
zero, il coraggio di odiare, zero
hai il deserto hai, ai tuoi piedi,
un deserto che si chiama
non ricordi come si chiama
ma l’hai letto su una rivista specializzata
quel buco dentro si chiama
zero-amore zero-cuore
ecco come si chiama
(togli lo zero e guarda cosa resta)
ma presto ma presto
il dito sotto i denti era un anello
erano anelli erano capelli
ho aspettato sino a zero
la piega il sorriso
ho fatto un cerchio con l’altro dito
sino a sentirti parlare parlare parlare
sino a sentire male.
L’egoismo degli amanti
L’egoismo degli amanti
non ha pari, salvo la passione
che la terra ha per l’acqua
l’acqua per la terra:
senza me non sarai, non sarò io senza
l’altruismo degli amanti
non ha pari, salvo la piaga
che li tortura e vorrebbero
sanare, o con più forza
sentire dentro
matti malati e soli
gli amanti sin dal primo giorno
e, quando corrono, girano in tondo,
i più infelici sono, salvo tutti gli altri
che non conoscono il peso del mondo.
Rosy parlava parlava
Rosy parlava parlava
d’un giornalista di Riccione
che non volle mai dare il suo nome
e volò via;
Rosy parlava parlava
di questo mal di petto
che a volte ci opprime: ecco, senti, tocca qui
(qui? qui!)
dei cinquant’anni
già una vetta bella, bella;
Rosy parlava parlava
della pappa reale
che accarezza le rughe, dissolve il male
tra un lenzuolo bianco e uno giallo
sopra l’incerata, il pavimento, sotto
Rosy diceva:
un giorno di questi mi trovate
dentro una bialera
che spunta su appena una scarpetta rossa,
e ciao!
Sa Majesté
Il mondo è vecchio ma Sua Maestà
mai di ringiovanirlo ha smesso:
l’ape grassa non ama lo sposo
né se stessa, il futuro ama;
i casigliani, allegri tiranni,
un granello urtò, tomba, uovo.
Sua Maestà – il Caso, dico –
tutto conserva: anche la rosa del mattino
che ha mangiato la polvere
cambiato livrea odore colore.
Così le lettere del tuo nome:
mezz’ora ballano sulla carta
sino a riprender ordine nel vuoto
arco raggio culla moto.
Mister Jonas
La parrucca marcia di pioggia, Mr. Jonas
fece segno al lacchè,
quello svelto gli porse un bastone,
Mr. Jonas ruotò il bastone graziosamente
poi con lieve moto delle dita
sciolse il nastro, e una corona
di fiori s’aprì sulla sua testa.
Il Mall stupito, deserto lo guardava,
lui, curvo, non guardava
ma con un sussulto appena:
“Bastimenti carovane libri spazzacamini
dei poveri aver raccolto l’ultimo respiro,
eppure io questo sarò nella memoria:
il primo londinese – si suppone – che portò
abitualmente l’ombrello”.
Dove vive lo spirito? Dentro o fuori
(da Seamus Heaney)
Dove vive lo spirito? Dentro o fuori
le cose fatte, disfatte? Viene
prima il grido del gabbiano o il cervello
che sogna di gridare nel mattino?
Dove riposa? Su un mucchio di terra,
nel nido della cornacchia, sulla torre
di pietra, in petto a Venere di marmo?
Chi abiterà la forma perfetta?
Chi la bianca , sottile, imperfetta?
Questo imparò il boia, la levatrice:
non serve un promessa, un pagherò
se lo spirito che vive ci divide.
Una dichiarazione di C. A.
Da bianco a nero
neanche una sfumatura
o consolazione
salvo le sfumature della tristezza
che accarezzano gli occhi
– i miei, ehi dico, i miei –
io figlia e foglia, vita voce
da prima a dopo
un numero
un vortice
vivere è portare
scarpe comode
o scomode
acqua o ghiaia
finché l’anima respira
soffoca
dal male al bene
nient’altro che polvere
eppure s’increspano le labbra
sorriso e non l’invincibile paura:
corre il carro del cuore
il sangue che bagna la pelle
è sempre nuovo.
Nove
Vedi? Non ho dimenticato:
che pallidi fa la passione
e i prìncipi rende schiavi
finché bianco nel rosso muore,
cede lo schiavo con onore.
Dov’è finissima la sabbia
là dorme dopo fuga e febbre
e nasconde il muro un prato:
vedi, non hai dimenticato.
Canzonetta dei tre mestieri
I
“La materia prima
ce la fornisce il re
il re dell’universo
e le spalle dure curve,
alla fine ci ringraziano
(curiosa cosa)
la nostra indifferenza
qualcuno la scambia per pietà
ma è ridicolo
ci scappa da ridere
il più ridicolo mestiere
dell’universo
tutto quello che è su
noi lo portiamo giù
il clown ci fa il verso e noi a lui
nutriamo la materia
che sempre vuol
mangiare e mangiare e mangiare,
chiodi martello zuzù zinco, dentro,
zuzù (quando si canta a bocca semichiusa),
oh se fosse amico,
e un giorno la materia prima
noi saremo,
odiosa cosa…”.
II
“Stare soli
l’unica vera vita
stare soli
i cani piangono soli
gli uomini piangono
non io non io
ma non è possibile,
quando sarà, per me sarà
finita
raccoglierete la neve
per posarla sul mio ghiaccio
caldo ora
letto duro, pane di gomma
bionde e bianche
nere e rosse
usano tutte
anche velate
di pianto
il sogno velato
di stamattina
era un conto corrente senza fine
e io un fiore da regalare a tutti
bene dentro, bene
poco poco, ma bene
bravo bello mio,
sarà fatica sempre
ma se sarà fatica
almeno sarà
una vita…”.
III
“Dentro li vorrei
ma in polvere, giù in polvere!
Che mi amassero, sì,
come un padre
prima della pena finale,
piaghe nel collo
nelle mani, nella cosa che si muove
che è il cuore
non sbaglio è il cuore
faccia, signor direttore,
faccia di me un uomo
e mezzo
magari di metallo
che la mia voce li impaurisca
non ho bisogno di forza
ma di essere stanco
per vedere il muro azzurro
il pane bianco di casa
questo è il mestiere
perfetto, completo
amare il prossimo
averlo chiuso qui dentro
chiavi e mani
mani e chiavi
salutarlo il giorno
che viene
il giorno del perdono
mai, il giorno-mai…”.
Puppenbrücke
Je vis un pauvre saltimbanque (C. B.)
L’inquilina della vita dèsta
sempre stupore tra gli astanti:
si aggrappano al palcoscenico
si commuovono per un nonnulla
accarezzano con la voce
quel che la ghiaia trangugia
– non più inquilina, già padrona –
e lì restano, passeggeri senza bagaglio
perché lieve sarà la sosta.
* * *
Una lieta luna, una lieve lama
apre i cancelli, illumina
la foresta orrida, inospitale
dove i cavalieri s’affannano:
tremar a tutti in man vedrai la lancia
e gran frastuono udrai, e alti lai,
tutti però vestiti di stracci
laceri, unti, con immensa fatica.
Infine sul ponticello s’accampano
borbottando a mezza bocca.
* * *
“Chi mai ci dà il moto
il fiato il vuoto il pianto?
Vivere, viivere, viiivere vorremmo
noi che una mano muove
che il cuor vostro sommuove:
la vita è qui sulla punta
la punta delle dita
perché noi bastoniamo scappiamo amiamo
e nessuna nessuna nostra donzella
è delle vostre men bella.
Guardate il suo visaggio
dolce senza paraggio è
d’alto lignaggio in fè!”.
* * *
Al mattino il ponte è deserto
(i cantimbanchi si soffiano il naso
il velluto le coccarde le paglia la latta
sonnecchiano nella cesta);
oggi le donne sono smorfiose
si guardano camminare
ci guardano camminare
è una domenica di un secolo fa
l’unico borghese per strada
è un nano di alta statura
scruta la sua scarpa sinistra
la stringa che pencola
come il dito di un burattino senza padrone.

Variazioni su un madrigale di Tommaso Campanella
In breve spazio corre il cerchio
o arco, né mai nessuno tocca
il cerchio assoluto
dove riposano le sfere dell’universo
perché sempre con gran paura
l’animale muta;
divora la bocca dopo il pianto
ma se la sabbia non colmasse il riso
senza lutto sarebbe
il mondo, senza senso.
Altro soffio non muove il cerchio
va ogni cosa al suo annullamento
resiste chi deve, e sa di non potere
se solo in breve spazio è godimento.
Fantasia per due paia di lenti obbligate
Non bianca la terra, bruna
non bruna la terra, grigia nei solchi
se la neve resiste appena
e si sposa col fumo.
Le zolle sono punti che il viandante
ha pesato dentro al pugno
− libero era libero −
i filari correvano, gli alberi le case,
ombre amicissime ombre,
quando le ha sentite venire
una libertà da morirne
l’umor acqueo di ghiaccio, il campo
bianco bianco
poi nero.
* * *
Se premete il dito sopra l’occhio
appariranno i colori del pavone,
se muovete il tizzone per aria
tutta la stanza sembrerà infuocata.
Si appanna il vero
se troppo abitato:
una lettera poi l’altra
una lettera una lettera
infine il mondo
sarà com’è
come l’avete sempre visto,
blu profondamente solo
rosso uno spasimo
verde il giorno non goduto.
* * *
I tuoi occhi raccolgono occhi
lente dove cade la luce,
precipita la goccia nell’acqua
corre a rubare uno spazio,
così i punti che hanno abitato il tuo specchio
li hai visti piegarsi tremare:
ricordare è bello
ma bello anche dimenticare.
* * *
Vorrei sapere, scrisse il filosofo,
se codeste vostre lenti
a inclinazione universale
possono correggere l’aberrazione
dell’immagine, a maggior profitto
degli osservatori acutissimi e dei miopi sventurati.
Benché topi e angeli
tristezza e gioia
provengano egualmente da Dio
nessuno di noi (aggiunse)
se munito di buone lenti
scambierà una cosa con l’altra.
Eppure questo non sfiora Dio
che senza vedere vede
che non gioisce né soffre.
* * *
Il bastone piegato nel fiume
la luna grande all’orizzonte, piccola allo zenit
le parallele tagliate che si incontrano:
qui avete tre illusioni
per nuotatori astronomi enigmisti.
Mai disabitato, non s’appanna l’errore
la farfalla si getta verso la luce
ma è fiamma ma uccide,
l’uomo urta nel buio
guarda il pericolo che non vede,
lo salva l’illusione.
Dove si posa la lente
una verità due bugie:
vedere il vero è poco
vederlo tutto è niente.
Ricercar a tre
Cammineremo noi nelle tenebre?
Quando il bambino vuole parlare
mille suoni premono,
prima di notte la donna è libera
dal suo peso, sul prato le labbra
hanno lottato e sorpreso,
l’uomo dato e subìto
punizioni crudeli, inusuali.
Strazio o vita: per questo molti
chiedono il buio a sé, ai figli
ma se si sporgono non vedono
se e quante voci camminano
nelle tenebre.
* * *
Venere ignuda dalla lunga lingua
bacia Cupido suo figliolo
e gli sottrae la faretra intanto,
vigila austero il Tempo, d’un canto
piangono Invidia e Gelosia;
Follia sparge fiori, Piacere è bimba
incantevole in volto ma in basso
serpente, e immonda ha la coda.
Sorride il pittore e vaga
dall’oscuro sentiero al dolce al chiaro
al sole amaro.
* * *
Nelle belle belle notti
seduce Venere nuda
e bacia bacia senza posa,
vergogna le maschere non hanno, anche se
l’aria che respirano sarà corrotta
fra un momento, amore le spoglierà
senza tormento
– superbia vanità ipocrisia:
tutte cancella la prima pioggia –
cammina, no, corre corre ogni vivo
nelle tenebre.

Elegia jazz
Il fratello di Cannonball, la faccia in pena
attorno alla tromba, guardava un fondale lontano:
la sua vita è stata pretty good,
addirittura con una direzione,
e la sua musica, dice, ha un senso
se lascia intravedere una luce più densa
se è un tributo a quegli altri,
gli assenti, i non paganti, i morti
(in subordine: i presenti).
Nel preludio alla terza canzone
il basso imita un moscone
meravigliosamente ostinato:
da lì è entrato il vento dell’autunno.
Amica, questo mese ha foglie lucidissime
e cieli d’argento chini sul mare,
il fieno si attorciglia tra le orecchie,
le dita guidano un visitatore affannato.
Copriti, dice l’autunno, il freddo è qua
scopriti, dice la superbia del seno,
il freddo mai arriverà.
Amica, il mese ha denti acuminati,
avvolge nel suo dolce cono
e intanto ti rumina pezzo a pezzo.
Poi il fratello di Cannonball inciampa
nella sua canzone più bella
la faccia blu sulla nota blu
il sorriso che cerca dietro l’ultimo fondale
l’egoismo assoluto dei doni
la palla di cannone che un giorno volo via:
la mano dell’autunno ruvida, franca, leale.
Cinque madrigali in terracotta
per Francesco Cento, scultore
Venere e Marte
O tu non mutar costa
ridicolo poltrone
perché io voglio stare comodamente
a pascolar nel libro la mia mente.
Ehi, fermo, ehi, vecchione!
In fondo che ti costa?
Guerra, guerra fai per mille anni,
un’ora non mi tieni sulla schiena?
È questa la lezione,
Ares impertinente:
‘Amor tutto consente
e gode nella pena’.
Ma son cose che tu non puoi sapere
finch’io a te, tu a me mostri il sedere.
Ninfa e centauro
Cavallo o cavaliere?
Amarti o odiarti?
In sella o a terra?
Nudi o catafratti?
Il giorno ch’io fui in tuo potere
cominciai a pensar com’ammazzarti
come nel letto trarti a far la guerra;
e intanto ancora la bocca è in bocca
e amore ci serra:
solo un minuto e scoppia.
Itaca
Alte sono le torri
ma brevi nel pensiero,
troppo lungo troppo corto è il viaggio,
sabbia ho in tasca, buio nella testa.
Sussurrano: coraggio,
a Itaca tu corri
al nido tuo più vero
alla tua casa in festa.
Ma io lo so: nessun mi potrà dare
l’ebrezza, la carezza che fa il mare.
Pulcinella e Matamoros
“Guarda il bastone, o caro,
uno è dei rai fulgenti
del sole appena sorto
(sii buono, deh, fingi d’esser morto…)”;
“Pulcinella mio, statti bene accuorto:
di Napoli son pur io
non moro, no, né morto
ancora, mi salvi Iddio!
Qui è tutta la mia pena:
di combinare il pranzo con la cena”.
Il teatro di Lilliput
Suonatori? Suonati?
A Lilliput non ne facciam questioni:
gli altri no, ma noi li sentiam i suoni
di tromba, corno, timpani e tamburi.
Dietro un controlla i fiati
che a Lilliput emetton sin i muri:
un gendarme che tassa il rumoratico?
una maschera? un tale un po’ fanatico?
A noi non mancan mai gli spettatori
con tanto di sberleffo a lor signori!

Trittico per Frabu, pittore
1.
Morte è una gran puttana
rallegra i poeti e li strappa al silenzio
allena e costringe all’assenso
i ricchi di spirito e forze
che non temono tempeste
ma le nuvole bianche in agosto
vita è un giardino sulla tela
il pittore è assente
fra poco torna
a completare l’opera
o rifarla da capo
gettando via briciole o litri di fiato
morte è una mente sopraffina
costruisce diluisce rovina
giù con magnifici tocchi
d’innata violenza eleganza,
chi le ha parlato ne loda
cinismo pazienza povertà
vita è un acrobata timido
la sua gloria è il divertimento
d’un vecchio, le gambe della ragazza
che gli ha giurato di lasciar tutto e scappare:
quello già gonfia e persino vola,
di non cadere è sicuro.
2.
Sicuro? L’acrobata
si sporge si affaccia sussurra
cammina, ma non è felice
finché non è sicuro: allora sì
che è infelice, di nuovo, di più.
Se lo dipingi quando è solo
il suo sguardo ispeziona l’abisso
veleggia in compagnia d’un ignoto
passante, inesistente,
attraverso gli spessi occhiali
scruta un presente traballante
vociante alitante
tra gli scavi e gli urti del pennello.
Lui s’arrende, l’ignoto che è ritratto,
non pretendendo d’esserci
se non nella fantasia che lo ha partorito
un momento prima del sonno:
è tuo al risveglio.
3.
Al risveglio ogni cosa ti sembra
sola, perduta, senza rimedi o medicamenti.
Semi, sillabe di senso nel buio: bianca la ruota,
la gomma gialla, il cavallo è blu nell’urto,
appena lucida la terra.
Prendi all’amo gli occhi, Franco, cattura
la comparsa che vorrebbe nascondere il naso,
dimentica questo immenso scontento
chiamato ‘il mondo’.
La luce non dà scampo
bordeggia gli angoli del corpo immobile,
in moto fra poco. Che finalmente
vive libero − schiavo − nel tuo fuoco.