Nonsensi

Fondamentalismi

Un fondamentalista di Miami
credeva tutti gli atei un po’ scemi;
un dì un miscredente a San Francisco
gli chiese dove Dio avesse visto.
Io, rispose, sono Dio: se tu m’ami.

Relativismi

Ma quel miscredente abitante a Frisco
a dire continuava: ‘io non l’ho visto’,
non amandolo il meschino a Miami
né a Los Angeles, Phoenix o Niscemi.
Non l’ho visto (gridava): e ci patisco!

Limerick I

I know a naughty couple of Joburg
(a blonde and brown haired, half blind):
they drove without knowing into Nothing,
when she cried: ‘we are lost, to my mind!’
he answered: ‘just what I was hoping!’.

Limerick II

A brave young fellow in Joplin
feared he could never start coughing,
so he tried with the virtue
of a corkscrew:
and soon friends prayed on his coffin.

Clorinda fa prigioniero Tancredi in tre mosse

Vuol nell’armi provarlo al paragone:
non sa se rozzo sia o se cortese,
lo stuzzica, lo cerca, l’abbandona;
Marte l’assiste, Cupido non s’oppone,
Cupido, che sempre al dolce mescola
l’aspro, a piene mani dolori e gioie
dispensando. ‘Dove andrò io, dice,
a posare l’armi, l’usbergo? Un cuore
voglio, un corpo voluttuoso e vivace’.

* * *

Non schivar, non parar, non ritirarsi:
combattere sa lei, combatter solo,
sul terren lo vuol, in campo azzurro e oro
che l’occhio suo scruta, lieta e vivace.
Velluti, lini, e broccati, e rubini
nulla sono al cospetto del bagliore
che lo scudo suo bianco, bianca carne,
oppone all’avverso guerrier mendace:
ma forse, pensa, non mediocre amante.

* * *

Tre volte il cavalier la donna stringe:
ché il trafitto la trafitta ora brama;
quella ferita che lui acerba sente
crede sanare (oh misero), il corpo
offrendo al balsamo soave. Lei
allarga il freno, severa poi ‘l stringe,
condanna il prigioniero al suo piacere:
alza la mano lui, pallido e vinto.
Tregua sia ma (lei spera) non mai pace.

Gerghi critici

Adone a un cocktail Venere incontrò,
con gli occhi le fece: ’sei mia ti voglio’
e poi con cento rose la tentò.
Lei scrisse ‘t’aspetto’ (era in delirio!),
ma lui invece di dirle ‘io ti amo’
l’offese con un: ‘interagiamo?’.

Qui pro quo

Dice che erano sette
(ma forse meno della metà)
le chiesero per cifra modica
un gesto rapido
non facile non facile
(i manuali testificano: prova orale)

e proprio nel bel mezzo
di quella cosa non nobile
lei si ricordò che la vita è fragile
arrossì e ridendo fece:
«mai visto un così perfetto
assembramento di coglioni!»

poi riprese la mimica
ma con singulto gelido
sotto il cavalcavia
ripeteva un cane afasico
«oni oni, oni-oni, oni»!

Quella cosa

(omaggio al carissimo Aldo)

Quella cosa che non si sa cosa sia

si veste, si denuda, si traveste
è piena di mature promesse
nello scampanellare del mattino
ti invita a starle vicino
ti lusinga la sera
ha profumo di chimera
forse la possiedi la notte
ma non ricordi se è giovane o vecchia
se è bella, se è brutta
se ti ama davvero, se la ami
il volgo la sbertuccia
e dice che volerla è pazzia
è potenza impotente
che val meno di niente
perché dice che non si sa cosa sia

quella cosa chiamata poesia.

L’etera strabica e gli anziani avari

(omaggio ad Achille Campanile)

Della città in un dei luoghi più lèrci
fischiava una sera un vento da òrchi;
una dama ch’aveva gli occhi guèrci
una schiera vide di vecchi pòrci;
cauta fé: ‘Niuna domanda da pórci?’.

Il lercissimo tra quei vecchi pòrci
non la capì e gridò: ‘non siamo lèrci,
non lo vedono quei tuoi occhi guèrci?’
E lei: ‘lerci o non lerci, io tratto mèrci,
e vi chiedo qui, ora, un soldo appórci!’.

A questa voce il più sordo dei pòrci
tosto rispose, gli occhi e il viso tòrti:
‘non m’incanti con questo tuo appόrci,
di’ pane al pane, ché noi siam spilòrci’.
Gracchiò lei: ‘Spòrchi, null’han da propόrci!’.

Cani e cannoli

Io conosco un signore di Canelli
che mangiava i cannoli alla cannella,
quando un gran cane passando di lì
di mille latrati il cannoneggiò.
Oh, quanto mai fu il cancan a Canelli!

Tutto vide una dama in décolleté,
gli disse: “il cannolo lo dia pur a me,
ché nessun cane, no, io temo, né canide,
però adoro i cannoli e anche i cannoni”.
Più forte tremò quel tal di Canelli!

Libertà d’espressione

All’Avana c’era un’oca un po’ scema
che talvolta si grattava la schiena.
Al capo del kolchoz
dispiacque di moltoz:
le disse: ochetta, quando fa bello
ti spiacerebbe salire in battello?
Fossi scema (ella disse),
e si grattò la schiena

Colpo di fulmine

In Liberia c’era una libertina
che metteva la faccia in vetrina.
Un ragioniere di Abbiategrasso,
che era assai digiuno di sesso,
appena la vide ci rimase di sasso.
‘Liberia, vetrina e libertina
le compro (disse) e le pago cash
e il villino non sarà più l’istess’.
Ma poi… poi il tran tran, ahi, fu d’inferno:
furiosamente lei lo picchiava
dicendo al ragiunatt: ‘non sono schiava!’.
Lui infin se n’ando a star dalla mamma
che per consolarlo gli diede una canna.
Passano gli anni: or è stanco e grasso
quel ragioniere di Abbiategrasso.
La libertina? Vive sui Navigli,
ha Rolls-Royce, e lacchè e cinque figli.

Intrichi

In Egitto c’era un uomo di sabbia
che guardava questo mondo con rabbia
finché un bel giorno non lesse la Bibbia:
il cosmo allora gli parve di nebbia,
Rachele infedele, Giobbe era gobbo
gli dèi coi nei, la luna un po’ ebbra:
chiuse il libro ricontando la sabbia.

È la donna una terra straniera
(da: Coventry Patmore, 1823-1896)

È la donna una terra straniera:
seppur tu giovane vi soggiorni
e la percorra da mane a sera
mai ne saprai lingua né contorni.
I pazzi la scorron di volata
le belle viste spiano, gli scorci,
due motti imparan (‘mia adorata’)
millantano esperienze, ’sti guerci;
i più chiedon licenza d’entrarvi
una volta appena, al Regio Seggio:
da soli riescon a impararvi
quel che in lunga vita apprende il saggio.
Infine pochi, i più temerari,
chiedon d’essere ammessi alla Corte,
al cuore dove, di sé avversari,
abbraccian l’ultima fatal sorte.