Theatralia
SATOR AREPO
Azione scenica
Buio. Una luce da sinistra: ai bordi del fascio di luce avanzano lentamente, in due schiere, delle figure mute (potranno avere una maschera neutra). Immobili per un minuto, mentre si sente una musica ritmata dal fondo, che via via cresce per interrompersi di colpo. Si siedono per terra. Durante la prima parte del dialogo tra le due voci fuori scena i mimi si muovono a far da contrappunto, secondo le indicazioni del testo.
Voce femminile (fuori scena): Sono tornata (piano, poi più forte)… sono tornata, eh!
Voce maschile (fuori scena): Ah sì? Dove sei? Non ti vedo. Dove? Quanto tempo, amica! Dove sei però? È così buio.
V.F.: Non devi vedermi non puoi vedermi, ora.
V.M.: E perché?
V.F.: Sono un po’… cambiata (ride). Vedi… ho ritrovato me stessa.
V.M.: Te stessa? Proprio quello che non avresti dovuto fare!
V.F.: No… non quella me stessa… l’altra!
V.M.: Ah… Allora non ripeterai più il solito: ‘ho come uno spillo in testa’!
V.F.: No, sai… ora non dico più certe cose… né le faccio… mi sono istruita. Sono cambiata. Non sono più così facile (ridacchia). Rigenerata. Quasi quasi non mi riconosceresti. Non ho neanche più bisogno dell’astrologa. Né della podologa. Ascoltami!
V.M.: Ti ascolto. Ma non tormentarmi con una di quelle tue storie di maghi, di elfi, o di templari. Di reincarnazione poi oggi non se ne parla.
V.F.: Sator arepo tenet opera rotas.
V.M.: Ah… ci risiamo… Non conosco il greco! Né l’inglese.
V.F.: È latino, scemo. Anzi non è neppur proprio un latino vero…
V.M.: Scema, sì, ora ti riconosco…
V.F.: È una formula magica. Una lama di luce, avrei bisogno di una lama di luce per spiegartela (La luce sulla scena si spegne per un momento, poi si riaccende più intensa). E di una serie di fantocci, o mimi, seri però, che non cominciassero a ridere e non si vergognassero d’esser al mondo, e in scena (Come prima: la luce si spegne, poi si riaccende. Tra i mimi comincia un po’ di agitazione, e una parte di loro si fa prendere dalla ridarella).
V.M.: La luce, della tua luce ho bisogno (suadente, ma anche un po’ strafottente).
V.F.: Ascolta! Ascoltino i mimi che ho nella testa, che ora modello con le dita: queste cinque parole significano e non significano… avrei bisogno di venticinque mimi disposti in fila a formare un quadrato… o di venticinque punti che danzassero… o di venticinque aghi o spilli… o di venticinque…
(I mimi, che sono meno di venticinque, cominciano ad agitarsi e a rompere gli schemi che si erano formati in precedenza).
V.M.: Sì, facilissimo… un quadrato, un rettangolo, un cerchio… Stonehenge!
V.F.: No, un quadrato, che si possa leggere partendo da qualunque direzione: da destra a sinistra, da sopra a sotto, avanti e indietro. Come una molla, una scala musicale, una serie numerica, un bacio dato e restituito.
V.M.: (enfatico) Hii, i tuoi baci!
V.F.: Senti, l’inizio è la fine, questo lo sanno tutti, no? Anche i bambini.
V.M.: Bah, sì… non lo so… se ne dicono…
V.F.: Ah, ah, ah (mentre si ascolta questa risata sonora i mimi cominciano a disporsi ora in cerchio, ora in forma di triangolo, poi di quadrato. Non senza un certo sconcerto, una certa confusione. Segue un breve silenzio e si sente una musica: un canone ascendente e poi discendente che si ripete). Vorrei dirti…
V.M.: Veramente qui al buio non ho più voglia di ascoltarti… dove sei?… voglio toccarti…
V.F.: …dirti di quanti significati sono stati attribuiti a quello spazio magico. Se avessi sotto mano dei mimi, vorrei che seguissero alla bell’e meglio le mie parole. Dunque tanto per cominciare, scrivi (il quadrato apparirà su uno schermo, al fondo della scena):

V.M.: Sì, bel rebus per enigmisti disperati! È mica un sudoku con le lettere al posto dei numeri?
V.F.: Macché … è un palindromo! Da leggere avanti e ’ndrè. Ci sono mille cose dentro. Quasi alla lettera significa: «Il seminatore Arepo guida le ruote dell’aratro». (Due figure mimano la scena, provandola un paio di volte, tra qualche incertezza. Gli altri stanno a guardare).V.M.: Un contributo all’agricoltura! Alla civiltà!
V.F.: Però questa è un’interpretazione senza fantasia, senza trascendenza.
V.M.: No, no, non trascendere… ti prego…
V.F.: Tra-scen-di! E poi: tra-sali! Un-due-un-dueee! Tu sei sempre stato così… così prosaico!
V.M.: (piagnucoloso) Così sciocco.
V.F.: (con tono oracolare) Nessuno è sciocco… almeno non per sempre… non tutte le volte.
V.M.: Dài, vieni più vicino: fammi vedere se sei cambiata… e in che punti… dopo un anno… a proposito dove sei stata? E dove sei ora ? Alla mia destra? O alla mia sinistra? Non capisco da dove viene la voce.
V.F.: No, aspetta, voglio che tu capisca quello che ho imparato là dove son stata.
(I mimi ora stanno seduti, e hanno gesti interrogativi).
V.M.: Ma dove?
V.F.: Non ha importanza… forse in India… forse alle Galápagos… o in una miniera… o magari a casa.
V.M.: Sì? Sì? (canzonando).
V.F.: No, senti, avevo… avevo come uno spillo gigantesco in testa…
V.M.: Ah!
V.F.: Non mi sono… non mi sono appunto mai mossa da casa: ho staccato il telefono e smontato il telefonino… l’ho messo a bagno in una soluzione fisiologica … Serrato le persiane. Ho mangiato quello che c’era in dispensa, e ho bevuto solo acqua. Pane acqua cipolle cicoria pomodori liofilizzati. Ho incontrato me stessa.
V.M.: Sì, questo me l’hai già detto… e com’è che sei ingrassata?
V.F.: (ad alta voce, irritatissima) Chi t’ha detto che sono ingrassata? Chi è quel bastardo? Se mai sono scheletrica! Puro spirito, tanto per dire. Stai zitto! Ascoltami.
V.M.: Sono in ascolto. Ma non per molto. Devo uscire all’aperto.
(Pausa. Ora la musica tace).
V.F.: Dunque… un po’ di immaginazione. «Dio dirige la creazione, il lavoro dell’uomo e i prodotti della terra». Così altri interpretano. Oltre tutto viene fuori anche un bell’anagramma «Paternoster» e ai vertici avanzano fuori dal conto due “o” e due “a”, che sarebbero alfa e omega.
(Sullo schermo appare l’angramma figurato a indicare quest’ultima interpretazione secondo il seguente schema:)

(I mimi cominciano a disporsi, tentando di prender forma di croce, ma poi si fermano. Sullo schermo di nuovo il quadrato magico nella versione primitiva).
V.M. (La voce si sente più lontana): Oh… una cosa da rimanerci di sasso! Potenza delle lettere.
V.F.: Sì l’alfa e l’omega. Però a non tutti piace: se è vero che rotas in ebraico dà “resh”, e poi “waw”, e poi “taw” e poi “samekh”, che fanno 200 più 6 più 400 più 60, uguale 666, che è la Bestia, il Diavolo!
V.M. (Di nuovo forte): Stiamo freschi!
(I mimi interpretano il nuovo significato proposto: uno al centro tenta di significare il diavolo con gesti osceni, indossando una maschera di Arlecchino che ha raccolto dal fondo della scena e scatenando l’ilarità più che la paura).
V.F. (Salmodiando): La croce tiene tutto e tutto sopporta.
V.M. (La voce è deformata): Amen!
V.F.: Sì questo significa, per gli spiriti pii, il tenet al centro del campo!
(Nuova immagine sullo schermo che mostra l’interpretazione del quadrato con in mezzo la parola «tenet». I mimi adesso formano una croce:)

V.F.: O forse invece il diavolo tutto, tutti invidia, anche i morti: lo spirito è che, se nega, s’allegra.
V.M.: Va’ al diavolo, allora! E allegrati.
V.F. – V.M. (per la prima volta all’unisono, gridando): Ahu! Ahuu! Ahuuuu! Uh! Uuh! Uuuuh!
(I mimi, avendo smesso di ridere, cominciano a muoversi rabbiosi, quasi prendendo gusto alle proprie movenze diaboliche. D’ora in poi lo schermo non mostra più alcuna scritta, ma appare bianco).
V.F.: Io l’ho pensato anche come un campo minato.
V.M.: Ah sì, quel gioco che si trova persino nei…
V.F.: Un giochino persino nella realtà: cammini tranquillo per un pezzo, poi… d’improvviso… salti per aria!
V.M.: E dove sarebbe la mina in questo quadrato?
V.F.: Questo è il problema! Se cammini di sghimbescio: esse, erre, enne, erre, esse… non significa niente appunto, salvo che è come una sorta di alfabeto morse, acceso, spento semiacceso, spento, acceso…
V.M.: Uhm!
(La luce si spegne e si accende a intermittenza: i mimi, a coppie, rappresentano l’idea aprendo e chiudendo i pugni, o in altro modo).
V.F.: Poi però mi vien da cambiar direzione: «saeeas»! Significa qualcosa?
V.M.: A occhio e croce direi di no.
V.F.: A occhio e croce? Ma come parli? Qui siamo nel cuore del cuore del quadrato magico! «Sa», «e», «e», «as», magari qualcosa come il «ça ira» dei rivoluzionari! La vendetta dei mendicanti, dei maledetti della terra.
V.M.: Sei diventata fanatica stando sempre sola in casa per un anno intero.
V.F.: No… ascolta ora vedo una cosa straordinaria, stra-or-di-na-ria. Un uomo che cammina su due gambe!
V.M.: Ma come straordinaria? È la regola, a meno che non si tratti di un bambino o di un vecchio…
(I mimi imitano la camminata a quattro, due e tre gambe – cioè col bastone).
V.F.: Dici sul serio? Eppure in base alle leggi dell’evoluzione dei primati è straordinario… davvero stra-or-di-na-rio… che bella parola, mi riempie tutta di gioia!
V.M.: Ho paura che tu guardi troppo la televisione… L’altro giorno ho sentito che dicevano: “Oggi è domenica: non è straordinario?”… bah!
V.F.: Forse perché c’era il papa che parlava.
V.M.: Appunto…
(Pausa. I mimi adesso sono distesi. A un tratto uno di loro si alza e prende dal fondo, da una pila, un grande foglio bianco quadrato, su cui con un pennarello lentamente comincia a tracciare una lettera: sarà la lettera «S». Standosene appartato sino alla fine dell’azione, scriverà su diversi fogli tutte le lettere del quadrato magico, senza seguire né le parole degli attori, né l’azione).
V.F.: Di’ pure che sono una ‘fondamentalista’, dillo!
V.M.: Sei una fondamentalista!… Vedi, l’ho detto? Ho avuto coraggio, stavolta.
V.F.: Beh, hai detto una stupidaggine… o forse una cosa vera… non lo so… fa lo stesso. (Pausa). Ma li vedi invece loro come si muovono beati? Hanno scoperto l’Ordine, loro.
V.M.: Loro chi?
V.F.: Ma i mimi, no?
V.M.: Io non li vedo.
V.F.: Li senti almeno?
V.M.: Ma come… li senti? I mimi? Mi prendi in giro?
V.F.: Il suono del silenzio.
V.M.: Sì, the sound of silence…
V.F.: Non mi stupisco… tu non hai mai sentito niente… mai visto niente in vita tua… nemmeno una scintilla… senza immaginazione, senza! Scommetto che non vedi neanche me.
V.M.: No, che non ti vedo, sfido io, e come faccio? Se è buio in questo sottoscala!
V.F.: Stai un po’ zitto… ora li vedrai, loro. E me invece… me non mi vedrai più…
V.M.: Più? Vuoi dire ancora! Non t’ho ancora visto oggi, in questo lungo lungo sottoscala o hangar…
V.F.: Quando il creatore muove la ruota si anima tutto il creato: e il contadino, e il mercante, e l’arrotino, e il vasaio, e la merlettaia e… il banchiere… e il ladro… e il terrorista… e il boia… e… e… e ognuno di loro comincia a muoversi e muove qualcun altro, che muove altro…
V.M.: Ah… il motore immobile, sì… i motori semoventi…
(I mimi si alzano in piedi pian piano. Uno si mette al centro: le altre figure si mettono in atto di sottomissione e adorazione e vengono una dopo l’altra come insignite dal primo mimo di una dignità cavalleresca; la cerimonia somiglia appunto a un rito di iniziazione. Dopo un paio di minuti le voci riprendono. I mimi poi scompaiono dalla scena, salvo il mimo che, paziente, scrive le lettere).
V.F.: Quando Adamo zappava ed Eva filava, dov’erano, dov’erano i signoroni?
V.M.: Ah, questa mi puzza, mi puzza …
V.F.: Arepo è il dio creatore. È come se la ruota, che lui ha mosso, credesse di muoversi da sé… ma è lui, il creatore, che la controlla, senza che lei se ne renda conto, è chiaro.
V.M.: E se va a sbattere da qualche parte, ’sta ruota?
V.F.: Niente… è un incidente come un altro… poi si ricomincia… e Arepo vigila. Così il resto… le stelle, i pianeti… le stagioni… è scritto anche nelle Metamorfosi di… di…
V.M.: Di chi, di chi?
V.F.: Un poeta grosso che comincia con la O…
V.M.: O grande poeta… O magnifico!
V.F.: Ha scritto ’sto grande: “sata est aetas”… quasi un anagramma… il tempo è seminato… è anzi maturo… è l’età dell’oro … ‘sator’ … la stessa cosa di ‘sata’, ‘matura’ forse…“satis prata biberunt”, “hanno bevuto abbastanza i prati”. C’è un principe, il creatore, e un servo, la creatura… Non c’è da aver paura, perché scorrono quiete le acque e scivolano liete le barche sul mare… e nessuno piange o deve implorare al giudice clemenza… Però ora mi ronza tutto dentro… mi si confonde… I frutti del corbezzolo e le fragole montane… pronti da mangiare. E l’agnello fa amicizia col lupo. E nei fiumi scorre il latte… ma mischiato col vino. Però ora mi sento… mi sento come uno spillo… uno spillo in testa…
V.M.: Ci sei ricaduta, vedi?
V.F.: Zitto, zitto… chiudi gli occhi e poi… chiudimi gli occhi.
(I mimi ricompaiono sulla scena, accompagnati dalla musica del canone ascendente e discendente, come all’inizio).
V.M.: Come chiudimi gli occhi? Se non so neanche dove sei? Dove sei? Mi stai prendendo per scemo?
(Si sentono dei rumori: passi pesanti, sbattere di porte, come di chi stia cercando affannosamente qualcosa o qualcuno in una stanza).
V.M.: Come chiudimi gli occhi? Non si chiudono gli occhi solo ai…
(I mimi formano ora un cerchio e molto lentamente ognuno chiude con le dita le palpebre alla persona che ha davanti).
V.M.: Sì, va bene che sei pazza… ma lasciarmi così… piantarmi così in asso dopo avermi fatto perdere tutto questo tempo con tutta questa predica… la storia assurda del quadrato magico (Pausa). E poi come sarebbe a dire: chiudimi gli occhi?
(I mimi, con gli occhi chiusi, tendono, a coppie, le mani verso l’alto).
V.M.: (Sempre più allarmato e concitato) Ma cosa avrà voluto dirmi poi? Questo sator arepo tenet opera rotas, questa cosa qui, magari è molto, ma molto importante. E io non l’ho presa sul serio. E lei se n’è andata come al solito, senza salutarmi. Neanche un bacio, una stretta di mano. Un soffio nei capelli. Io non li vedo, questi mimi. Voi li vedete, voi? È un povero cristo, è un diavolo, il sator? O l’arepo? E le ruote, ce le ha, le ruote? È una croce? Un incrocio? Una missione? Una commissione? Solo… solo ai mo… ai moscerini… ai morti? Si chiudono? (Pausa). Si chiudono. Quando dovevo parlare, stavo zitto; quando dovevo agire, parlavo. Quando dovevo aprire gli occhi, li chiudevo. Sempre al contrario. Sempre di corsa. Palindromo. Un bel disastro.
(Ora i mimi, che hanno riaperto gli occhi, si staccano dalla posizione a cerchio e cominciano a camminare di qua e di là frenetici; poi gesticolano e con la bocca emettono suoni inarticolati, brusii non parole, come da infanti: il rumore cresce, mentre la musica si interrompe).
V.M.: Sì, sì, che ora vi sento… Altro che suono del silenzio… Ora vi sento benissimo. Su smettetela, smettetela, mi disturbate il sonno… Piantatela, avete capito? Piantatela o chiamo le guardie!
(Silenzio improvviso. Il mimo ‘scrittore’ ha finito il suo lavoro. Distribuisce a ciascuno una lettera delle venticinque che compongono il quadrato magico. Essendo i mimi meno rispetto al numero richiesto, sono coinvolti alcuni spettatori: a formare infine, ciascuno recando una lettera davanti a sé, il quadrato nella forma classica indicata all’inizio. È naturale che passi un po’ di tempo prima che i mimi trovino la composizione giusta. Alla fine, la ‘voce maschile’, ormai incarnata, irrompe sulla scena).
V.M.: Eccovi qui … allora ci siete… Ora state zitti, ora. Aveva ragione la sorellina mia, l’amata mia, l’occhio mio, la voce mia. Esistete. Era lei che non esisteva. Era puro spirito. E io pura carne. E voi lettere. Lettere dell’alfabeto magico. Ora che vi vedo, vi riconosco. Oddio, siete grassotti… magrotti… non perfetti… ma siete ben scelti tutto sommato… vi siete scelti un bel mestiere, curioso… come uno che uscito dal ventre materno, dalla scuola materna o dal liceo, dica: io, da grande, io farò il quadrato magico… per essere più precisi: sarò una lettera delle venticinque del quadrato magico. Quale? Scegliete voi… tanto poi ritornano sempre le stesse lettere… Gran mestiere!
(Percorre il perimetro del quadrato e tocca le lettere e un po’ anche i mimi).
V.M.: Oh che sogno. Che bell’incubo. Non mi sono mai sentito così strano. Come avere uno spillo in testa.
(Dal fondo, flebile, ma percepibile:)
V.F.: Allora non ripeterai più il solito: ‘ho come uno spillo in testa’.
(V.M. ha un sussulto di stupore: corre freneticamente verso il fondo della scena in cerca di qualcosa e poi scompare. Buio. Sipario).