Theatralia 1
IL RE E LA VOCE
Favola in nove quadri
liberamente tratta da La vecchia scortecata di G.B. Basile
Personaggi: il re di Roccaforte; mimi in varie funzioni (seduttrici, fate ecc.); Peronella; Ciommetella; Prologo (ed Epilogo); una voce maschile fuori campo; due voci femminili fuori campo.
Un commento musicale tra un quadro e l’altro.
1. Prologo
Prologo è un personaggio che entra sulla scena (lo stesso reciterà l’Epilogo); via via che i versi vengono pronunciati si sente, a mo’ di eco, una voce che ripete in tono irridente i versi ad uno ad uno. Le prime quattro o cinque volte Prologo si fermerà indispettito e cercherà la fonte della voce; poi proseguirà senza curarsi dell’eco.
Morte è una gran puttana
rallegra i poeti e li strappa al silenzio
allena e costringe all’assenso
i poveri di spirito e forze
che non temono tempeste
ma le nuvole bianche d’agosto
è una mente sopraffina
costruisce diluisce rovina
giù con magnifici tocchi
d’innata violenza eleganza,
chi le ha parlato ne loda
cinismo pazienza povertà
vita è un fantasista timido
la sua gloria è il divertimento
d’un vecchio, le gambe della ragazza
che gli ha giurato di lasciar tutto e scappare:
quello già gonfia e persino vola
sicuro sicuro di non cadere
il vento lo porta
o forse lui porta il vento:
a chi lo deride cent’anni di pena e tormento!
2.
Sulla scena seduto a un tavolo ricoperto da una modesta tovaglia a scacchi rossi il re di Roccaforte. È vestito in modo contraddittorio: ha una corona di cartapesta e un ermellino, ma calzonacci e stivali malconci. Non uno scettro ma un ombrello. È triste e ogni tanto chiude gli occhi.
RE DI ROCCAFORTE: Miserabilissima la vita del re senza corte né moglie: passi per ’sta corona trascurata (se la trae dal capo la prende in mano e la soppesa), ma la solitudine… oh (comincia a piagnucolare. Si sentono, prima piano poi forte, voci cantilenanti). Una voce… due voci… Amorose? Dove? (Chiude gli occhi, si spengono pian piano le luci, resta una luce sola sul fondo; tre donne entrano in scena e mimano atti di seduzione intorno a lui, accompagnati dalla musica; quando il re apre gli occhi le donne scompaiono dalla scena, per ricomparire quando richiude gli occhi).
VOCE FUORI CAMPO (con leggera inflessione): Eh sì, vicino al giardino del re di Roccaforte si erano ritirate due vecchiacce, Peronella e Ciommetella, che erano il riassunto delle disgrazie, il protocollo delle mostruosità, il libro mastro delle bruttezze. Avevano i capelli scarmigliati e irti, la fronte increspata e bernoccoluta, le sopracciglia arruffate e setolose, le palpebre grosse e pendenti, gli occhi vizzi e scerpellati, la faccia gialliccia e grinzosa, la bocca allargata e storta, e insomma la barba di capra, il petto peloso, le braccia attrappite, i piedi a uncino. E perché neanche il sole le vedesse se ne stavano rintanate in un basso sotto le finestre di quel signore. E, non avendo niente da fare, parlavano parlavano, continuamente. Ma cosa dicevano? Chi lo sa. Certo la loro voce, soprattutto quella di una, era assai bella, simile al canto seducente della sirena.
RE DI ROCCAFORTE: Dove, dove ti nascondi, gioiello, sfarzo, ornamento del mondo? Esci esci, sole, scalda, imperatore (Si sente il motivetto della nota filastrocca: «iesce iesce, sole, scaglienta, ’mparatore»). Scopri queste belle grazie, mostra queste lucerne della bottega d’amore, metti fuori la tua testolina! Lasciami vedere la strumento da cui viene questa bella voce! Fammi vedere la campana dalla quale si forma il tintinno!
(Silenzio. Attesa)
VOCE FEMMINILE FUORI CAMPO: Oh… oh…
RE DI ROCCAFORTE: Fammi dare uno sguardo al vago canarino!
VOCE FEMMINILE: Oh… oh…
RE DI ROCCAFORTE: Non consentire che io mi pasca d’assenzio col negarmi di mirare e vagheggiare la tua bellissima persona.
VOCE FEMMINILE: Oh… oh…
RE DI ROCCAFORTE: Oh, oh?
(Silenzio. Attesa)
VOCE FEMMINILE (sussurrante): Se pazienza vorrai avere
il ditin fra otto dì
chissà lo possa vedere…
RE DI ROCCAFORTE: Un ditino solo? Solo fra otto dì?
VOCE FEMMINILE: Otto dì. Un ditino. E tutto finisce lì (Ride maliziosamente. Buio).
3.
Sulla scena il re con le tre donne mute di prima. Pantomima intorno a una finta porta scardinata che reca una toppa smisuratamente grande. Dalla toppa spunta infine il dito di Peronella. Il re lo guarda estasiato, poi si inchina e comincia a baciarlo, quasi preso da furore.
RE DI ROCCAFORTE: Chi sei tu, meraviglioso, chi sei?
PERONELLA (dietro la porta): Di Peronella il dito.
RE DI ROCCAFORTE: Macché dito! Tu sei l’esca per lo zolfanello delle mie voglie, miccia per la munizione dei miei desideri. Che dico? Tu sei la spina del mio cuore! Deh, se hai mostrato per il pertugio la coda, sporgi il muso, e facciamo una gelatina di piaceri! Se hai mostrato il cannolicchio, mostrami anche il carnume. Sai pure che sono re e non un cetriuolo e posso fare e disfare. Peronella, Peronella bella.
PERONELLA (come sopra): Re non mi tentate che poi non ve n’abbiate a dolere.
RE DI ROCCAFORTE: Togliti da quel fosso, via da quella stalla, esci dal pertugio buio, Peronelluzza, uzza uzza, e spendimi per quel che valgo!
PERONELLA (come sopra): Sta bene, signor mio, giacché volete sottomettervi a chi è sotto di voi e dalla sala reale passare alla stalla, non posso, non devo replicare alla volontà di un sì gran re. Giacché volete fare questa lega di principe e di serva, d’avorio e di pioppo, di diamanti e vetruzzi, eccomi pronta alle vostre voglie. Una grazia solo vi chiedo: ch’io sia ricevuta nel letto vostro di notte e senza candela, perché non mi sostiene il cuore d’esser vista nuda!
RE DI ROCCAFORTE: Oh colombella mia, così timida tu sei?
PERONELLA (con voce sciocca): Ssssì!
RE DI ROCCAFORTE: E sia… Quando?
PERONELLA: Fra otto dì.
RE DI ROCCAFORTE: Fra otto dì: e tutto comincia lì!
PERONELLA: Oh… sì… sì… sì (sghignazza a lungo).
4.
Buio. Poi una luce fioca sullo sfondo. Peronella giace per terra in attesa: ha una maschera da vecchia, un vestito di stracci nero. Il re entra accompagnato per mano dai soliti mimi, che con gesti cauti lo sospingono verso il centro della scena, dov’è Peronella. Il re non ha maschera né corona ma è vestito con colori sgargianti. Si sdraia accanto a Peronella. Sullo schermo appaiono immagini caricaturali di amanti turpi e buffi.
RE DI ROCCAFORTE (Quasi in deliquio): Oh, finalmente potrò arare il campo dove solo si raccolgono i frutti del piacere! (Si ferma, si guarda intorno. Dalla tasca trae una lucerna e illumina il volto di Peronella) Fatti vedere, occhi di stella, fronte d’avorio, bocca di miele! (Pausa. Grida. Si ritrae con orrore) Oh oh maledetta. Non sei tu la spiaggia di Posillipo ma la chiavica del Mandracchio, non ninfa ma arpia, non grazia ma furia, non ciprigna ma gorgona! Tu mi hai ingannato. Uomini … qui… gettate via questa fetenzia… dalla finestra… via via.
PERONELLA: (Grida forte) Mio re… mio re… (Balbettando, più piano) Po-sillipo, nin-fa, gra-zia, ci-pri-gna, sì… sì, Po-po-po sillipo, nnnin-fa, cccipri-ppri-gg-gna (eccetera).
Alle grida del re, che si è allontanato dal giaciglio, sopraggiungono i tre mimi che senza complimenti cacciano via Peronella fuori scena. Si sente un gran rumore come di cosa che cada dall’alto.
5.
Sullo schermo compare il disegno di un grande albero fiorito dove è caduta Peronella: Peronella penzola da un ramo. La Peronella in carne e ossa è sdraiata sotto, sul tavolo (lo stesso della prima scena, con la stessa tovaglia a scacchi) ed emette grida, poi sussurri di dolore. Naturalmente porta sempre la maschera da vecchia. La voce recitante femminile è fuori campo.
Da bianco a nero
neanche una sfumatura
o consolazione,
salvo le sfumature della tristezza
che accarezzano gli occhi
– i miei, ehi dico, i miei –
io figlia e foglia, vita voce
da prima a dopo
un numero
un vortice,
vivere è portare
scarpe comode
o scomode
acqua o ghiaia
finché l’anima respira
soffoca
dal male al bene
nient’altro che polvere
eppure s’increspano le labbra
sorriso e non l’invincibile paura
corre il carro del cuore
il sangue che bagna la pelle
è sempre nuovo.
Durante la recita dei versi Peronella si agita sul tavolo come combattesse con un incubo. Buio.
6.
Stessa scena di prima, illuminata. I mimi, ora in veste di fate, s’imbattono in Peronella: un po’ guardano in alto, verso l’immagine sullo schermo, un po’ a Peronella sul tavolo. Si guardano e ridono fragorosamente.
TRE FATE: Oh, non è una seggiola, quella che pende… oh non è un grappolo d’uva, quello… una vecchiona piuttosto, una vecchina. Ah! Ah! Ah! Quant’anni che non ridevamo così di gusto! Questo è ridere! Ah! Ah! Ah!
PERONELLA: Signore… signore belle… che m’aiutate?
Le tre fate impongono le mani. Peronella si addormenta dopo un sussulto.
TRE FATE (in coro):
Peronella Peronella vecchierella
ridi ridi Peronella, sarai bella
tu che le sconce brame han messo in croce
su, riprenditi riprenditi la voce!
Il viso di terra
sia fiore di serra
la bocca sdentata
fessura di fata
il crine d’argento
di oro portento.
UNA FATA (togliendo la maschera a Peronella): Ora ti sveglierai e tornerai ragazza. E voglia il cielo che non te ne abbia a dolere!
Le fate escono.
PERONELLA (Si risveglia, si tocca la faccia, il busto, le gambe. Incomincia a canticchiare piano):
Il viso di terra
è fiore di serra
la bocca sdentata
fessura di fata
il crine portento:
e mai più d’argento!
7.
La scena è divisa in due. A sinistra, intorno al solito tavolo, il re, Peronella e un mimo inscenano un muto brindisi nuziale. A destra, seduta di fronte a uno specchio, circondata da due mimi, è una vecchia, mascherata, Ciommetella, che si appresta a farsi ‘scorticare’ per ridiventare giovane anche lei.
VOCE FUORI CAMPO: Eh sì, il re si è innamorato di nuovo: che dico innamorato?, è uscito pazzo, pazzo di furore amoroso e ha sposato Peronella, che ora è una giovane dritta e piena dove dico io, e lo sarà ancora a lungo, lo sa il cielo, lo sa! Sua sorella, Ciommetella, vecchiaccia senza rimedio, quando ha saputo la faccenda l’ha messa in croce per sapere come avesse fatto a ritrovarsi i raggi del sole in volto; e alla fine Peronella, non potendone più, le ha risposto la prima cosa che aveva in mente: «Mi sono fatta scorticare!». Ciommetella, sciocchissima, ci ha creduto ed è andata in una specie di barbieria o beauty farm (esita, storpia la pronuncia), o come diavolo la chiamano… E ora se ne sta lì sperando di ridiventare giovane e bella. Pazza! Perché io ho paura che la ammazzeranno quei barbieri, quei farmacisti -farmieri, quei filibustieri. Niente meno!
Gli sposi e il mimo escono. Si illumina maggiormente la scena di Ciommetella davanti allo specchio. I due intorno a lei si agitano con oggetti sempre più terrificanti: lime, chiodi, coltelli. All’inizio Ciommetella, sembra felice. Si sentirà intanto questa filastrocca:
Solo cinque minuti di dolore
solo in tutta la vita solo
segga segga, apra le gambe, bene
la mano, signorina, la mano della signora
(Dio se è fatta bene)
le altre le altre se ne torneranno
con le pive nel sacco
non hanno il filtro, loro
(non si muove, no? solo due solo)
ora pensi a qualcosa di bello
due zinne grosse
come zucche
un’onda di zabaione
gli alberi che fuori grondano soddisfazione
– la pioggia tanto attesa –
un minuto, uno
sicuro, il freddo le spezzerà le ossa
appena a casa, subito a letto
siamo un paese ricco
bellezza baluardo della felicità
il maschio fuori
gronda soddisfazione.
Ciommetella tenta infine di sottrarsi alla ‘cosmesi’, ma i due mimi intorno a lei si affannano sempre più, e la minacciano; in sottofondo una voce ritmata ripete «OK il prezzo è giusto». Infine Ciommetella riesce ad alzarsi, ma subito stramazza a terra. Morta. I mimi la trascinano via.
8.
VOCE FUORI CAMPO: Esce Ciommetella, ohibò. Eh sì, lo diceva la mamma mia: «L’invidia, figliuolo, se stessa macera». Ora siamo arrivati alla fine della storia: e un po’ mi dispiace perché, come recita il filosofo, inventare e ascoltare storie è l’unico modo per svaporare ’sti brutti affanni, dar lo sfratto ai pensieri fastidiosi, e prolungare la vita. Ecco i fatti. Peronella e il re sono dunque sposi. Sono felici? Sono felici. Beh… sì… no, non molto, non molto a lungo. Per uno strano incantesimo Peronella è sempre giovane e il re è invecchiato anzi tempo: sia una vendetta del destino, sia quel suo troppo agitare il pestello nel mortaio ovvero sfregare l’acciarino sulla pietra. Chi lo sa lo dica. Ora le parti si sono rovesciate e la vecchia-giovane deve trascinare il giovane-vecchio. Guardateli: non sono buffi? Pazzo è chi contrasta con le stelle!
Mentre si sentono queste parole il re e Peronella sono al centro della scena, entrambi con la maschera: lui ha la maschera di un vecchio e si trascina appoggiato un po’ a Peronella (con una maschera da ragazza), un po’ all’ombrello. I due litigano ma continuano a camminare insieme. A un certo punto si scambiano le parti e le maschere: Peronella ingobbisce, sembra faccia il verso al re, e il re si sforza, non riuscendoci, di tenersi ritto. Intanto appaiono sullo schermo caricature stilizzate che riproducono la gag. Si sentiranno infine i seguenti scambi di battute.
PERONELLA: Vecchio!
RE DI ROCCAFORTE: -chio, -chio.
PERONELLA: Riconosci questa voce?
RE DI ROCCAFORTE: -oce, -oce.
PERONELLA: Oh va via (lo batte).
RE DI ROCCAFORTE: Non si batte… non si batte un vecchio!
PERONELLA (sorpresa, rivolta al pubblico): Ma allora capisce…
RE DI ROCCAFORTE: Svuotacessi, amor mio!
PERONELLA: Chiavica del Mandracchio, per l’amor di Dio! (Il re tenta di baciarla, ma Peronella si divincola e gli strappa la maschera)
RE DI ROCCAFORTE: Eh, dire che quando t’ho conosciuto eri un’adorabile vecchina.
PERONELLA: Via da me… ragazzo incivile (fa per uscire di scena). Anzi, no, vieni qui (si scambiano per l’ennesima volta le maschere e appoggiandosi l’uno all’altra escono infine di scena).
VOCE FUORI CAMPO: Eh sì… come litigano! Oh, signore belle, signori cari, la mia storia è questa, altre non ne ho. Solo vorrei che arrivasse quello sfaticato dell’Epilogo, che è sempre in ritardo. Così ce ne andiamo tutti a casa.
9. Epilogo
Il re e Peronella sono di nuovo in fondo alla scena immobili quando entra Epilogo. Via via che Epilogo pronuncia i versi, le parole sono ripetute da una voce femminile fuori campo: ma non è una voce irridente, come nel primo quadro, è invece dolce e un po’ rassegnata. Il testo viene ripetuto una seconda volta, a tempi rovesciati (cioè la voce femminile precede).
Sei vivo? Se vivi, vivo anch’io:
non questo, non questo volevo,
ché le mattìe sono dei matti,
ma giovani, non dei vecchi, no.
S’ero giovane, io? Più non lo so:
la pelle è liscia, il cuore vuoto.
Quando tu dormi, io non dormo,
né so se Peronella è con me:
sei vivo? Se vivi, vivo anch’io.
Buio. Explicit musicale.